Il Congresso di Belluno
Pubblicato il 11.03.2010 in Notizie
RELAZIONE INTRODUTTIVA DI RENATO BRESSAN
Care delegate, cari delegati e gentili ospiti, voglio iniziare questa relazione con un sincero ringraziamento a tutti i funzionari, segretari, ai compagni, alle compagne dell’apparato e a tutti i nostri delegati che hanno lavorato in tutto questo periodo compiendo uno sforzo straordinario rispetto alla mole di lavoro che da molti mesi investe la Camera del lavoro complessivamente intesa. Il ringraziamento è dovuto soprattutto per il metodo corretto col quale ci siamo confrontati nelle assemblee congressuali di base e nei congressi territoriali di categoria. Congressi nei quali abbiamo presentato due documenti contrapposti tra loro e per i quali abbiamo chiesto al nostro corpo elettorale, composto da lavoratori, lavoratrici sia del settore privato che del pubblico impiego e pensionati iscritti alla nostra organizzazione di esprimere a voto segreto un consenso all’uno o all’altro documento. Abbiamo vissuto un momento di confronto democratico come sta nella tradizione della nostra organizzazione che vive del e nel pluralismo delle idee. Del resto, come abbiamo detto in tutte le assemblee, non è pensabile che in un’organizzazione composta da 5.700.000 iscritti che risulta essere non solo la prima organizzazione sociale italiana ed europea, ma anche una tra le più grandi al mondo non vi siano opinioni diverse che trovano corpo e sostanza nella formulazione di indirizzi politici anche alternativi, ma sempre tesi a difendere e a tutelare il mondo del lavoro, dei pensionati e delle parti più vulnerabili della nostra società che rappresentiamo e che vogliamo continuare a rappresentare. Come sappiamo che una volta concluso il Congresso l’organizzazione tutta, nel rispetto del voto espresso da parte dei nostri iscritti, si ritrova nelle tesi del documento che ha ricevuto il maggior consenso. Nel nostro territorio nelle 291 assemblee di base l’81,41% dei 4.360 votanti si sono espressi per il documento uno presentato da Guglielmo Epifani, mentre il 18,59% hanno orientato la loro preferenza al documento due presentato dal Segretario Generale della categoria dei Bancari Domenico Moccia.
A livello nazionale la prima mozione ha raccolto, nelle 62.049 assemblee di base, 1.500.800 voti, pari al 82,93% dei consensi, mentre il risultato della seconda mozione è pari a 308.886 voti il 17,07 % dei voti validi espressi. La prima mozione prevale in tutte le Cgil regionali, in tutte le Camere del Lavoro ad eccezione di quelle di Brescia e di Reggio Emilia e in tutte le categorie nazionali, ad esclusione della Fiom dove il secondo documento si afferma con quasi il 73% dei consensi. Tutto ciò è stato rilevato dai verbali riassuntivi che sono pervenuti alla Commissione di Garanzia Nazionale i quali nella stragrande maggioranza, 102 CdL su 122, sono stati sottoscritti unitariamente da tutti. Dei 20 verbali rimanenti 9 non sono stati sottoscritti da una parte dei commissari territoriali rilevando specifici problemi, segnalazioni o riserve, mentre i rimanenti 11 verbali non sono stati controfirmati da uno o più commissari senza tuttavia sottolineare disfunzioni, problemi o osservazioni di alcun tipo. Questo risultato benché assegni una larga ed ampia maggioranza ai sostenitori del primo documento non deve indurre nessuno ad assumere atteggiamenti di autosufficienza o di mancata considerazione delle posizioni che la minoranza esprime. Sappiamo, però, che il Governo unitario dell’organizzazione passa attraverso una necessaria sintesi delle posizioni in campo. Sintesi, ovviamente, che si deve fare nel rispetto degli equilibri emersi dai congressi di base e che deve concretizzarsi nei documenti dei congressi territoriali e delle Camere del Lavoro. Il mio, quindi, non è solo un auspicio, ma anche un impegno ad elaborare in commissione politica, in questi due giorni, un documento che sappia raccogliere il maggior consenso che vada oltre le percentuali formatesi attorno ai singoli documenti e che ci consenta di proseguire quel percorso di lavoro collegiale che da qualche anno vige all’interno della Camera del lavoro. Lavoro che ci ha permesso una crescita continua e costante in termini di rappresentanza e visibilità nel nostro territorio come dimostrato dei dati del tesseramento e della canalizzazione.
Questo Congresso si inserisce in un periodo nel quale per la prima volta dal dopoguerra il sistema economico mondiale è entrato in recessione. Al contrario il congresso precedente di 4 anni fa si inseriva in un periodo di espansione economica. Le imprese avevano difficoltà a reperire manodopera. Le richieste di lavoro straordinario erano diventate ordinarie. Lo stesso numero di imprese era in continua e costante crescita. Crescevano i volumi produttivi, le esportazioni, i fatturati, gli utili e i dividendi. Il tutto era stato supportato, o per meglio dire drogato, da una iper-finanziarizzazione dell’economia. Il 17 Settembre del 2008 quella continua crescita, accompagnata dall’euforia delle borse, si è improvvisamente fermata ed è cominciato il tracollo borsistico con forti ricadute sui sistemi economici, produttivi, occupazionali causando gravi problemi sociali per milioni di famiglie. Quella che volevano descriverci come una crisi finanziaria confinata all’interno di una singola banca o di qualche istituto di credito in qualche Stato che aveva un po’ esagerato con la vendita di quei prodotti finanziari conosciuti meglio come i derivati ben presto si è presentata nella sua reale dimensione. Si è capito che non c’erano perimetri geografici entro i quali si poteva circoscrive, con qualche intervento statale o con operazioni monetarie stabilite dalle banche centrali, gli effetti perversi di questa crisi. Del resto se l’economia da tempo si è globalizzata, se la produzione e la vendita di beni e servizi può raggiungere qualsiasi parte del pianeta, se i capitali si possono spostare in tempo reale da Melbuorne e New York, da Milano a Singapore altrettanto può essere fatto con la compravendita di titoli e prodotti di natura finanziaria attraverso i circuiti borsitici ed istituti di credito di tutto il Mondo che tra loro sono fortemente interconnessi.
La crisi dunque è globale ed è profonda, nonostante le boccate d’ossigeno intervenute con l’immissione di liquidità illimitata nel sistema da parte delle banche centrali, che hanno si da una parte evitato il peggio, ma che hanno prodotto l’innalzamento dei debiti pubblici di molti paesi alcuni dei quali oggi sono a rischio di default a partire dalla Grecia, Spagna e Portogallo. Ma questa crisi ci parla anche d’altro. Ci dice che i sistemi economici perfetti non esistono. Che se da una parte i sistemi collettivistici, dove si teorizzava la collettivizzazione dei mezzi di produzione in modelli sociali, però, totalmente privi della partecipazione democratica delle persone nelle scelte e nei processi decisionali, sono stati duramente condannati dalla storia, dall’altra scopriamo che anche le economie basate sul libero mercato prive di una qualsiasi controllo pubblico governate dall’idea di fondo che le regole sono un impedimento alla libertà di potersi espandere e portare con se e distribuire a tutti gli effetti positivi della crescita globale perché in grado di auto regolarsi da sole, hanno segnato il loro tempo. Le tanto decantate virtù della globalizzazione, portatrice di democrazia grazie alla crescita economica a favore di tutti, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi vent’anni, si sono dimostrate ingannevoli ed illusorie. La ricchezza non si è distribuita equamente caso mai si è concentrata nelle mani di pochi a danno dei molti e non ha portato con se libertà e democrazia al contrario ha prodotto nuovi conflitti, nuove povertà, tensioni mondiali e crescenti disuguaglianze sociali. Infatti l’ultimo rapporto sullo “sviluppo umano” dell’ONU mette in evidenza come negli ultimi quindici anni all’accelerazione della globalizzazione si è associato un incremento delle disparità sociali e in particolare delle disuguaglianze reddituali. Le disuguaglianze sono cresciute moltissimo, tra paesi e all’interno dei paesi. Oggi i 25 milioni di americani più ricchi posseggono un reddito equivalente a quello di 2 miliardi di persone povere, il 5% più ricco della popolazione ha un reddito di 114 volte superiore a quello del 5% più povero, i 400 americani più ricchi hanno un reddito superiore a quello di 166 milioni di abitanti dell’Africa.
Le conclusioni di quel rapporto stabiliscono che il mondo non è stato mai altrettanto diseguale in qualsiasi momento prima del 1950. Le disuguaglianze nei paesi avanzati sono cresciute ancor più fortemente con un significativo peggioramento dell’Italia che si colloca tra i paesi più diseguali. Dunque, vanno sottolineati due aspetti: 1) responsabile primaria del peggioramento della distribuzione familiare del reddito è la “componente di mercato”; 2) la crescita delle disparità è dovuta, più che al peggioramento della posizione relativa dei poveri, a un forte miglioramento della posizione dei ricchi. Krugman, noto premio nobel in economia, ha sottolineato come il perdurare di questa situazione ha come conseguenza il rischio della “scomparsa” dei ceti medi. Non si tratta di riproporre vecchie ideologie, ma di dire con chiarezza che la presenza dello Stato in settori chiave dell’economia a volte non è solo auspicabile ma anche necessario. E’ necessario modificare le regole del gioco coniugando i processi economici e finanziari con quelli legati al controllo mettendo limiti e regole, accompagnate da sistemi sanzionatori globali, alle esuberanze speculative e ponendo fine al sistema di deregolazione che è alla radice di questa crisi. Certo ci sarà chi continuerà a sostenere l’esatto contrario peccato, però, che oramai tutti gli Stati hanno dovuto intervenire con dottrine di stampo Keinesiano, tanto avversate fino a poco fa dai fautori del neo-liberismo, che per dimensioni e modalità non hanno paragoni nella storia più recente.
Gli interventi straordinari negli Stati Uniti contrastati inizialmente, perché dichiarati filo socialisti, e che oggi si dimostrano addirittura troppi deboli per una economia dove il debito pubblico viaggia a 15 mila miliardi di dollari a fronte di un Prodotto interno lordo di 14.300 con l’aggravante che poco meno della metà del debito sta in capo a paesi esteri, le stesse semi nazionalizzazioni delle banche inglesi, il prestito della Russia all’Islanda dove lo Stato rischiava la bancarotta, i 450 miliardi della germania, e tutta una serie di provvedimenti di interventi statali a salvaguardia delle economie di riferimento, indicano come il sistema capitalistico, il neo liberismo
sfrenato, dove le speculazioni finanziarie fatte di valori aggiunti continui pagate dall’economia reale, ha fallito e il disastro è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo ora a poco serve sostenere che chi più ha lasciato le briglie libere all’economia di mercato paga il prezzo più pesante, vedi il caso degli Stati Uniti, vero e proprio epicentro della crisi partita con l’insolvenza dei mutui subprime, costretti ad intervenire subito con un piano straordinario di salvataggio per la loro intera economia con quasi 830 miliardi di dollari dopo il crollo della Lemhan Brothers e di altre banche americane ed oggi con un nuovo piano in via di definizione di circa 300 miliardi dollari. Cifre impressionanti ma, piaccia o no, gli Stati Uniti rappresentano ancora oggi per tante produzioni europee, italiane e bellunesi uno dei principali mercati per l’esportazione dei nostri prodotti. Il raffreddamento di quella economia e di altre più o meno confinanti con la nostra, Germania e Francia in testa, ha avuto come conseguenza inevitabili ripercussioni negative sullo stato della crescita del nostro paese. Infatti, l’Istat ci informa che il 2009 si è concluso con una perdita del 5 % del Prodotto Interno lordo che va a sommarsi all’1% di caduta che avevamo avuto nel 2008, parimenti le esportazioni hanno subito un crollo del 20,7% , mentre le importazioni sono calate del 25%. Questo forte calo delle importazioni fa presagire che i volumi dei prodotti finiti subiranno un’ulteriore flessione e di conseguenza le stesse esportazioni continueranno a soffrire. Per un paese fortemente industrializzato come il nostro e dedito alle esportazioni la conseguenza diretta è stato il forte aumento dei disoccupati, attestatisi oltre i 2.000.000 in termini assoluti che valgono l’8,6 in termini percentuali. Va precisato però che “il tasso di disoccupazione allargato” che risulta dalla somma, come del resto fa anche Bankitalia, dei cosiddetti scoraggiati che non si iscrivono nemmeno più alle liste di collocamento e di tutti coloro che mediamente si ritrovano in cassa integrazione in quanto non possono essere considerati lavoratori occupati in produzione dato che il loro status è più prossimo al disoccupato, supera di fatto il 10% con un aumento su base annua superiore alla media europea.
La reazione del ministro del Lavoro Sacconi che dichiara non veritiera questa analisi, quindi, non solo risulta del tutto fuori luogo, ma suscita seria preoccupazione perché rivela ancora una volta lo sforzo di nascondere la drammaticità concreta della crisi dietro la deformazione di un’interpretazione distorta dei dati statistici. Siccome è risaputo che il riassorbimento occupazionale si determina quando la crescita si aggira tra il 2/3% nell’anno in corso continueremo perdere posti di lavoro come la commissione europea ha previsto sulla spinta di una previsione di crescita dello 0,7% per il 2010. Al di la, pertanto, delle dichiarazioni di ottimismo di maniera, alle quali abbiamo assistito recentemente, rispetto ad una tanto presunta quanto improbabile ripresa valgono le proiezioni di autorevoli organismi nazionali ed europei i quali sottolineano come la disoccupazione sia ormai diventato un elemento strutturale difficilmente recuperabile nel breve e medio periodo. Lo stesso Capo dello Stato oltre al Governatore della Banca d’Italia ha avuto modo di sottolineare questo aspetto soprattutto rispetto la fragilità sociale che da esso ne deriva. Questo il quadro preoccupante della situazione in cui versa il nostro paese. Per questo continuare a fare dichiarazioni di conforto senza che queste siano accompagnate da provvedimenti tesi a sostenere la crescita e i consumi rischiano di apparire come l’incapacità o la non volontà di cambiare indirizzo di politica economica e sociale. Non a caso abbiamo definito anche l’ultima manovra finanziaria sbagliata ed inadeguata non solo perchè priva di una qualsiasi politica industriale, ma anche perché assolutamente incapace di realizzare una politica economica anticiclica. Va detto, al riguardo, che mentre gli altri paesi a noi concorrenti mettono a disposizione risorse che vanno dal 4% al 7% del Pil, da investire nello sviluppo tecnologico, nella ricerca, nella qualità dei prodotti, nelle infrastrutture materiali ed immateriale, noi a stento superiamo lo 0,5% che raggiunge l’1% se a questo si sommano gli investimenti derivanti dal settore privato.
E’ del tutto evidente che a fronte di una nuova geografia economica mondiale in via di definizione gli apparati industriali sono destinati, gioco forza, a riqualificarsi e ricollocarsi all’interno di una evoluzione dei mercati che cambia gli equilibri degli scambi commerciali a livello mondiale. Non a caso il 2009 è statto l’anno nel quale il volume degli scambi commerciali per la prima volta è risultato maggiore nell’area asiatica più che nella tradizionale area occidentale. Caso eclatante di queste ultime settimane la Fiat-auto che per bocca del suo Amministratore delegato Marchionne rifiuta gli incentivi alla rottamazione, che non fanno altro che alterare il mercato, e critica aspramente il Governo per l’assoluta mancanza di una vera politica industriale. Certo per quanto ci riguarda contrastiamo le scelte di Fiat a partire dalla espressa volontà di chiudere Termini Imerese , ma ancor di più di disimpegnarsi dal nostro paese con una diminuzione complessiva della produzione di auto, che assegnerebbe un duro colpo a larga parte della produzione industriale nel nostro paese, come si evince dall’accordo di due settimane fa con la società russa Soller condotto in porto direttamente da Vladimir Putin col quale la Fiat si impegna a produrre nei prossimi anni 600.000 vetture all’anno. Come potremmo parlare delle scelte di Glaxo a Verona e di tutte quelle imprese che in una visione internazionale decidono di abbandonare il bel paese. Continuiamo, pertanto, a chiedere al Governo di aprire un tavolo con tutte le parti sociali per affrontare seriamente la più grave crisi che si sia mai prodotta dopo il grande crach del 1929. Nelle settimane recenti, la Fondazione Nord-Est ha confermato il quadro di difficoltà anche per l’economia della nostra Provincia. In un anno, 121 sono le sedi di impresa in meno registrate, 84 delle quali del settore manifatturiero soprattutto del comparto artigiano. Il settore manifatturiero perde oltre il 20% di produzione industriale ed oltre il 5% di occupati che si somma ad un -6% dell’anno precedente. L’edilizia perde il 14,7% in termini di ore lavorate e gli operai iscritti alla Cassa Edile sono scesi dell’8,9%.
Nel commercio la difficoltà a tenere aperti i negozi al dettaglio, soprattutto nella parte alta della montagna, si associa ad una caduta occupazionale del 5,5%, pur registrando un aumento dell’1,8% del fatturato delle imprese commerciali. Nel fronte dei servizi, per i settori legati al manifatturiero, la perdita del fatturato è di oltre il 9%, mentre sembrano in parte tenere quelli connessi all’attività turistica anche se si registra un calo delle presenze soprattutto straniere. Le nostre esportazioni sono calate del 18,4%, mentre il ricorso alla cassa integrazione si è quadruplicato sfiorando i nove milioni di ore richieste e concesse a tale titolo. L’inizio del 2010 sta, purtroppo, segnando lo stesso andamento con continue richieste di cassa integrazione e di procedure di mobilità che continuano a pervenirci in Camera del Lavoro. Il ricorso alla Cassa integrazione ordinaria e straordinaria che attraverso la commissione Inps abbiamo autorizzato nel mese di Gennaio 2010 per le imprese dell’industria, artigianato, edilizia e commercio è letteralmente esploso. Infatti dalle 298.238 ore del 2009 siamo passati alle 679.282 ore del 2010. E pensare che nello stesso periodo del 2007 le ore autorizzate erano state appena 10.941. La cosa preoccupante è che il mese di Gennaio, normalmente, è un mese nel quale si collocano parecchie giornate di ferie e permessi e quindi non è mai un mese lavorativo pieno. La massa di ore autorizzate equivale a circa 4.000 lavoratori in cassa per tutto il mese. In realtà se consideriamo che la prima settimana del mese solitamente è coperta da ferie e permessi i lavoratori diventano 5.000. Ovviamente, eccetto alcuni casi, le ore sono spalmate in un numero decisamente maggiore in quanto gli accordi che facciamo prevedono in larga parte la rotazione della cassa su più lavoratori per evitare che il peso si scarichi solo su alcuni.
Inoltre in modo massiccio si è affacciata la richiesta di cassa integrazione straordinaria e anche il settore impiegatizio è stato coinvolto in maniera sensibile. Questi 2 aspetti stanno a significare che da una parte molte imprese sono passate alla cassa straordinaria dopo aver esaurito quella ordinaria o ne chiedono direttamente l’attivazione per cause che definiamo strutturali e, dall’altra, la messa in cassa degli impiegati segnala che oltre ai fermi produttivi le imprese sospendono anche le attività amministrative e commerciali cosa, questa, che non avveniva negli scorsi anni. Siamo cioè, per molte aziende, al blocco. Serve una terapia d’urto, fatta di tanti interventi, per stimolare l’economia locale e far riprendere la domanda interna. Ne abbiamo discusso unitariamente con le categorie economiche e l’Amministrazione Provinciale con la quale siamo impegnati a proseguire il confronto. Dobbiamo agire sulla specializzazione dei nostri prodotti, alzarne il valore aggiunto attraverso la ricerca e l’innovazione tecnologica. Se implementare nuovi poli di ricerca, come abbiamo proposto, costa troppo e i tempi rischiano di essere troppo lunghi dobbiamo agire sul rafforzamento del trasferimento delle tecnologie, prenderle dove sono, nei centri di ricerca esistenti migliorando il rapporto con i centri universitari e metterle a disposizione, a costi accessibili, anche alle piccole e medie imprese. Va curata e mirata la formazione permanente, l’aggiornamento e la riqualificazione professionale perché sennò non c’è qualità del prodotto. Le imprese, però, devono crescere dal punto di vista dimensionale, attraverso i consorzi, partnership, fusioni, incorporazioni ecc.. se vogliono internazionalizzarsi, altrimenti rischiano la chiusura. Vanno aiutate nella ricerca di nuovi mercati per allocare i propri prodotti. Infatti i nostri mercati tradizionali sono saturi e lo rimarranno ancora a lungo, ma tanti altri crescono (Cina, India, America latina, Medio-Oriente) solo per citarne alcuni.
Inoltre, dobbiamo spingere assieme alle amministrazioni pubbliche affinché gli istituti di credito anticipino alle imprese i contributi e le agevolazioni pubbliche già deliberati oltre alle anticipazioni dei crediti già certificati verso la Pubblica Amministrazione. Si tratta cioè di chiamare in causa il sistema del credito, che attraverso opportune garanzie, possa mettere le imprese in condizioni di maggiore serenità rispetto alla necessaria liquidità perché possano far fronte alla gestione ordinaria delle proprie attività a partire dal pagamento dei salari e contributi previdenziali. Sul fronte interno si possono predisporre una serie di interventi nel territorio a favore dell’edilizia e del turismo. Dalla definizione di progetti pubblici per una campagna di tombinatura delle acque fognarie e per una sistemazione complessiva della rete idrica per ridurre le pesanti perdite di circa il 50% di acqua. Non sarebbe un costo, ma un investimento che consentirebbe di creare lavoro da una parte e di ridurre le tariffe dall’altra. Acqua che deve rimanere un bene comune pubblico legato al diritto di accesso universale. Per questo ci siamo opposti, assieme a tante altre associazioni, aderendo al comitato acqua bene comune, alla privatizzazione di una risorsa che non può essere considerata alla stregua di una qualsiasi altra merce sulla quale organizzare attività economiche speculative. Recuperare il patrimonio alberghiero di piccola e media capienza legandolo al risparmio energetico, termico con interventi biodinamici. Ristrutturare il nostro patrimonio urbanistico ed i centri storici. Progettare una manutenzione delle reti stradali ampliando e collegando le piste ciclabili ed intervenire sulla manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico.
Sfruttare al meglio le nostre risorse naturali vento, sole, acqua, che possono offrire grandi chance per lo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili, ottenuta tutelando l’ambiente valorizzando le opportunità dell’energia idrica, eolica, solare, delle biomasse ecc. Creare piattaforme logistiche per agevolare il trasporto merci con conseguente abbattimento dei costi economici d’impresa e migliorare la salvaguardia ambientale. Tutte proposte che stanno all’interno del documento che abbiamo presentato unitariamente per lo sviluppo programmato del territorio e che in molti punti si intreccia con le linee programmatiche deliberate dalla Provincia per il quinquennio 2009-2014. Il rapporto di unità sindacale che qui da noi si è realizzato ci ha consentito, non solo di manifestare assieme, ma anche di affrontare alcune delicate vertenze aziendali con esiti positivi in un rapporto sinergico tra categorie, rsu, confederazioni e servizi. Il territorio, l’occupazione, l’impresa, i redditi dobbiamo difenderli così con analisi e studi socio-economici, mettendo assieme le forze, intervenendo sui punti deboli del sistema, concertando risposte tra parti sociali e pubblica amministrazione provinciale, regionale e statale, ma soprattutto tenendo conto di un aspetto fondamentale e decisivo: il tempo. Problemi e soluzioni devono avere una loro coerenza temporale e devono essere oggetto di un coinvolgimento dei corpi intermedi della nostra società nel rispetto della rappresentanza a loro conferita. Come abbiamo fatto con l’utile accordo per l’anticipo della cassa integrazione in deroga, erogato dagli istituti di credito, presso la Provincia. Accordo, però, che se da una parte risulta positivo per tutti quei lavoratori che altrimenti dovrebbero attendere 5/6 mesi per ricevere il sussidio è anche la dimostrazione che il sistema dell’estensione degli ammortizzatori attraverso la deroga risulta troppo farraginoso e burocratico. Per questo continuiamo ad insistere sul fatto che ad una vera politica industriale serve accompagnare una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali che superi la logica provvisoria della deroga, elevando da 52 a 104 le settimane di cassa integrazione ordinaria ed elevi i sussidi di disoccupazione e di integrazione al reddito.
Le ragioni si riconducono al fatto che sono molte ormai le aziende che hanno esaurito quasi del tutto il periodo di cassa ordinaria concesso dalla legislazione vigente e che per limiti dimensionali non sono nelle condizioni di poter accedere alla straordinaria avendo come unica via quella del ridimensionamento occupazionale o chiusura nei casi peggiori. A chi sostiene che servono risorse adeguate facciamo presente che lo scorso anno nell’accordo tra Stato e Regioni sono stati stanziati più di 8 miliardi a tale titolo e che solo una minima parte ad oggi sono state utilizzate. Necessita pertanto smobilizzare tali risorse con atti concreti più che continuare a dichiararne l’esistenza nei talk show televisivi. La Cgil, pertanto, guarda al contesto e alle condizioni di merito che in taluni casi ci consentono di sottoscrivere gli accordi e in altri di dover dire dei no chiari e tondi. E’ il caso dell’intesa separata del 22 Gennaio scorso sul modello contrattuale. Abbiamo già avuto modo di rilevare come quell’intesa prevede, attraverso l’adozione dell’indice IPCA e la rivisitazione del valore punto, un taglio strutturale dei salari di circa 1.300 euro nei prossimi anni come abbondantemente dimostrato dall’Ires il nostro istituto di ricerca. Inoltre la possibilità di derogare dal Contratto Nazionale in parte o in tutto sia per la parte economica che per la parte normativa introduce una assoluta novità nel nostro ordinamento giuridico in materia di applicazione contrattuale in peius. E’ fin troppo fondato il timore di una frammentazione delle condizioni economiche e di diritto che regolano e disciplinano i rapporti di lavoro nel nostro paese con una rincorsa al ribasso delle condizioni materiali del mondo del lavoro. A chi sostiene che questo modello rappresenta un esempio di riformismo moderno dobbiamo controbattere che dal punto di vista delle dinamiche economiche il risultato sarà quello di una ulteriore depressione della domanda legata ai consumi e quindi si assume la responsabilità di allungare l’agonia economica del paese.
Del resto i sistemi che distribuiscono in modo diseguale la ricchezza, concentrandola in alcune fasce sociali a discapito delle altre, sono destinati a creare disuguaglianze sempre maggiori come ha avuto modo di denunciare il Governatore della Banca d’Italia rilevando come il 45% della ricchezza nel nostro paese sia posseduta dal 10% delle famiglie italiane. Questa palese distorsione economica non è solo iniqua dal punto di vista etico o morale, ma fa male all’economia stessa perché alla lunga ne provoca un forte rallentamento dovuto ad una scarsa circolazione monetaria. Infine dobbiamo assolutamente respingere l’idea per la quale il diritto di sciopero, possa essere dichiarato solo da organizzazioni che raggiungono il 50% più uno della rappresentanza. Ora a parte il fatto che la certificazione della rappresentanza è cosa da noi voluta e perseguita da molti anni, ma se passasse un provvedimento di questo genere è chiaro che si sottrarrebbe un diritto fondamentale non solo alle minoranze ma anche al singolo lavoratore. La cosa, comunque, curiosa e paradossale è che mentre il diritto di manifestare un dissenso viene vincolato a maggioranze organizzative al contrario la possibilità di poter sottoscrivere intese non viene sottoposta ad alcun vincolo di maggioranza. Il tema della rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro per la Cgil è di vitale importanza. In un paese che si dice civile e democratico non possono trovare spazio pseudo organizzazioni sindacali che nascono dall’oggi al domani senza che vi sia una reale verifica del loro grado di rappresentanza e che per questo gli viene consentito, in virtù di un vuoto legislativo, di firmare contratti con efficacia erga omnes senza, peraltro, che si consenta ai destinari di quei contratti di potersi esprimere attraverso un regolare voto. Ci pare di poter suggerire al legislatore che forse è arrivato il momento di dare applicazione al 4° comma dell’articolo 39 della Costituzione Italiana che prevede che i sindacati regolarmente registrati possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
Se il Parlamento riesce a trovare il tempo per legiferare a favore di una o poche persone certamente è in grado di trovare il tempo necessario per formulare un dispositivo di Legge che riguarda milioni di lavoratori e lavoratrici di questo paese che da decenni attendono una regolazione in materia. Come va trovata una soluzione al tema della democrazia sindacale, intendendo l’esercizio del diritto a potersi esprimere, da parte dei lavoratori sui loro contratti. Su questo, ricordo, agli amici di Cisl e Uil che un’intesa su questo punto l’avevamo individuata ed inserita nella proposta di riforma del modello contrattuale. Queste, in sintesi, le ragioni che ci hanno spinto a non sottoscrivere quell’intesa accompagnate da un tentativo di trasferire servizi di natura pubblica ad enti bilaterali come la gestione degli ammortizzatori e del collocamento. Questo, però, non ha impedito a tante categorie della nostra organizzazione, partendo spesso da piattaforme separate, di rinnovare unitariamente le intese sui contratti nazionali di lavoro. Infatti se da una parte si è consumata una grave rottura sul Contratto Nazionale dei metalmeccanici con un’intesa separata, per il quale la Cgil ha subito manifestato la propria solidarietà alla Fiom, anche perché per la prima volta si è disdettato, con 2 anni di anticipo, da parte delle categorie metalmeccaniche di Cisl e Uil, un contratto ancora in vigore, dall’altra abbiamo saputo raggiungere risultati unitari sui contratti degli alimentaristi, chimici, telecomunicazioni, panificatori, ed altri fino agli ultimi indirizzati ai lavoratori dell’industria del cemento, dell’occhialeria e del turismo. Contratti nei quali non solo non si fa alcun riferimento all’intesa separata del 22 Gennaio 2009, ma che incorporano elementi salariali che coprono per intero gli indici inflattivi e che non consentono deroghe ai contratti nazionali. Contratti che hanno trovato validazione attraverso il voto certificato dei lavoratori di quei settori. Al riguardo vorrei qui, senza volontà di polemica, evidenziare come la confederazione unitariamente con Cisl e Uil nella piattaforma per la riforma del modello contrattuale aveva stabilito con voto a stragrande maggioranza da parte degli attivi unitari nazionali che le categorie nella loro autonomia individuassero le modalità di voto attraverso le quali coinvolgere il mondo del lavoro per la validazione dei contratti.
Per questo riteniamo che non sono né incompatibili né tanto meno in contraddizione il voto certificato con l’istituto referendario. Mi permetto però, di far notare al fine di evitare false ipocrisie tra di noi che quando si afferma che l’unica modalità di voto deve essere quella del referendum implicitamente si afferma che non solo il voto si deve esprime con consultazione segreta, ma bisogna raggiungere anche il 50% più uno degli interessati. Come è noto nella mia ormai non breve vita sindacale per parecchi anni ho ricoperto diversi incarichi e non in una sola provincia all’interno della categoria dei metalmeccanici. Ebbene, vi posso assicurare che non ho mai visto un solo referendum che si sia svolto per validare i contratti nazionali degli artigiani metalmeccanici, delle cooperative metalmeccaniche, delle imprese metalmeccaniche Confapi, del settore odontotecnico, né degli orafi artigiani né di quelli appartenenti all’industria orafa. Tutti settori che fanno capo alla Fiom e che non solo non ha mai il promosso il referendum, ma in quasi tutti questi nemmeno il voto certificato. Ha sempre infatti prevalso l’idea che se per validare un Contratto Nazionale devono votare a scrutinio segreto la maggioranza dei lavoratori i contratti effettivamente applicabili li conteremo nelle dita di una mano. Lo dimostra anche la consultazione appena terminata rispetto il nostro congresso. Sui 2.500.000 di iscritti tra gli attivi siamo riusciti a far votare 1.200.000 lavoratori cioè meno della metà di quelli che sono i nostri iscritti nonostante lo sforzo straordinario di tutta l’organizzazione. C’è bisogno, quindi, di riprendere una discussione seria, calibrata ed unitaria perché tra le tante e roboanti dichiarazioni ideologiche di principio che non sono poi sistematicamente suffragate dai fatti è meglio guardare al realizzabile per cercare di estendere una qualche forma di espressione democratica a chi intendiamo rappresentare.
Necessita riprendere il filo del ragionamento unitario in termini complessivi perché l’attacco che si sta producendo al mondo del lavoro e che trova la sua filosofia all’interno del libro bianco prodotto dal Ministro Sacconi rivela la volontà di riformare in termini assolutamente peggiorativi la rete delle tutele sociali. Dal testo unico sulla sicurezza che ha affievolito di molto il sistema sanzionatorio nei confronti delle imprese che non rispettano le norme a tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro mettendo peraltro a rischio, se dovesse essere introdotto il cosiddetto processo breve, importanti processi che hanno leso lavoratori e consumatori come nel caso della Parmalat, Cirio per non parlare delle morti sul lavoro avvenute alla Thissen Krupp di Torino. Alla reintroduzione attraverso l’ultima Legge finanziaria delle forme di lavoro precario che erano state tolte con l’accordo sul welfare del 23 Luglio del 2007. Non per ultimo il Disegno di Legge 1167, attualmente in commisione al lavoro al Senato, e che sta concludendo il suo iter legislativo. Qui è prevista la devoluzione ad arbitri le controversie di lavoro sottraendo alla giurisdizione ordinaria la tutela dei diritti dei lavoratori. Si stabilisce che gli arbitri possono decidere “secondo equità” che in realtà significa anche poter non tener conto di leggi e contratti, ma solo di un loro “buon senso” e se per di più ciò può essere legittimamente disposto nella lettera di assunzione, nel momento in cui il lavoratore è più debole, se ne capisce il senso di “controriforma”. Inoltre, in una materia particolarmente delicata come quella dei licenziamenti, il giudice dovrà tener conto delle nozioni di giusta causa e giustificato motivo espresse dalle parti in sede di certificazione; nozioni che, qualora fossero definite nel contratto di assunzione, finirebbero per capovolgere i fondamenti del diritto del lavoro, nato per tutelare il contraente debole nel rapporto di lavoro. Questo modo subdolo di aggirare le tutele dei lavoratori a partire dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori si associa alle stupefacenti dichiarazioni del relatore del Disegno di Legge, Giuliano Cazzola, che dichiara che bisogna smetterla di considerare i lavoratori come degli incapaci di scegliere responsabilmente un percorso giudiziale o un arbitrato per dirimere le loro controversie di lavoro.
Peccato che questa scelta i lavoratori la devono fare non nel momento dell’insorgenza della controversia, ma tale clausola compromissoria che prevede che in caso di contrasto le parti si affideranno ad un arbitro deve essere stipulata già nel contratto di assunzione. Forse a Giuliano Cazzola sfugge il concetto di rapporto di lavoro subordinato per il quale da sempre la giurisprudenza, in nome della civiltà giuridica, ha cercato di bilanciare tale rapporto con norme a favore e a tutela della parte più debole. Ma forse gli sfugge anche che quella capacità di scegliere responsabilmente da parte del lavoratore passa in secondo piano rispetto alla necessità di trovare un posto di lavoro. Anche per questi motivi il 12 Marzo la Cgil ha proclamato lo sciopero generale. A questi si aggiungono le proposte non accolte che ancora a Dicembre abbiamo presentato al Governo per tentare di riformare in modo più equo il fisco italiano. Infatti, attualmente al gettito complessivo tributario partecipa per oltre l’80% i lavoratori dipendenti e i pensionati. Non a caso l’Istat recentemente ha dichiarato, sulla base delle ultime dichiarazioni dei redditi, che i ricchi in Italia sono per l’appunto i lavoratori salariati e i pensionati, mentre lavoratori autonomi, liberi professionisti, imprenditori, artigiani e commercianti percepiscono redditi inferiori. Inoltre una distribuzione iniqua della ricchezza nazionale ha comportato che il 45% della ricchezza complessiva si sia concentrata oggi nelle mani del 10% delle famiglie italiane. Processi avvenuti per il record raggiunto di una pressione fiscale sul lavoro dipendente e pensionati pari al 43,2% tra imposizioni dirette ed indirette. Per la mancata restituzione del fiscal drag che dal 2002 al 2008 ha pesato mediamente per 1.182 euro.
Perché il tasso di evasione fiscale in Italia, come denunciato dall’OCSE, è mediamente superiore del 60% dei paesi che ne fanno parte, sottraendo così al fisco circa il 18% del Prodotto Interno Lordo per una base imponibile di circa 250 miliardi di euro e quindi di conseguenza una sottrazione alle casse dello stato di circa 110 miliardi di euro. L’obiettivo principale della proposta di riforma è quello di ridurre significativamente il carico fiscale che grava sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Per questo chiediamo un intervento immediato sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, pari 500 euro entro marzo 2010 sostenendo così la domanda interna. La restituzione del drenaggio fiscale e la revisione del sistema delle aliquote, riducendo sensibilmente la prima dal 23% attuale al 20% e la terza dal 38% al 36%, da realizzare in un arco temporale triennale, determinando un significativo aumento di risorse a sostegno delle fasce di reddito medio-basse, nelle quali si colloca la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti e dei pensionati; L’armonizzazione a livello europeo del livello di tassazione sulle rendite al 20%. La costituzione di una nuova Imposta sulle Grande Ricchezze, ad aliquota progressiva, sulla base del modello attualmente vigente in Francia che prevede una soglia intorno agli 800 mila euro di patrimonio netto imponibile. Bisogna innanzitutto, però, ripristinare le misure anti-evasione abrogate dall’attuale governo, a partire dalla tracciabilità dei pagamenti e dall’obbligo di allegare l’elenco clienti-fornitori alla dichiarazione dei redditi. Queste proposte dal costo di 1,5 punti di PIL, da attuarsi in un triennio sono state di fatto rigettate e al loro posto il Governo ha preferito introdurre, con l’ultima finanziaria l’istituto dello scudo fiscale. Quella dello scudo fiscale è una scelta vergognosa che a differenza degli altri paesi prevede l’anonimato per gli evasori e prospetta una via lecita al riciclaggio, stabilendo inizialmente un’aliquota irrisoria del 5% per arrivare dopo 2 proroghe ben al 7% prevedendo l’impunità per falso in bilancio e per reati penalmente perseguibili come la falsa fatturazione e le false dichiarazioni sociali.
In buona sostanza i provvedimenti adottati sin ora dal Governo risultano tardivi, mancano di strutturalità, sono del tutto insufficienti e soprattutto mancano di una visione strategica per la costruzione di un nuovo sviluppo economico del nostro paese, ma quello che preoccupa di più è il decadimento civile e morale che sempre più sembra permeare questo paese. Dei tanti esempi che si potrebbero fare al riguardo ve ne è uno che riassume in maniera significativa tutto questo. Risulta difficile, infatti, dimenticare che mentre i lavoratori dell’Alcoa arrivati a Roma dalla Sardegna e da Venezia sotto il parlamento sbattevano per terra i loro caschi qualcuno aveva imposto, nell’agenda dei lavori parlamentari, la discussione sul legittimo impedimento. Credo che la Cgil, contro i cedimenti civili e culturali, assieme a tutte le forze sane, politiche e sociali di questo paese, debba rimettere al centro della discussione il principio di legalità, della solidarietà, del rispetto dei principi costituzionali, dell’etica e della moralità. Il 12 Marzo a Padova saremo li anche per questo. Vi ringrazio.
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